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Un pronto soccorso da ricoverare

OSPEDALE SAN PAOLO. Clamoroso calo sotto il profilo dell’organizzazione. A rilento nelle accettazioni quando non ci sono molti pazienti: così in caso di emergenze tutto si complica

CIVITAVECCHIA - Ulrico Piaggio e Pino Di Iorio erano troppo: troppo esperti, troppo conosciuti, troppo pratici, troppo presenti, troppo amici, troppo decisionisti. Oggi possiamo dire che il pronto soccorso di Civitavecchia è tendente al poco. Poco personale, poche risorse economiche, poca esperienza, poche iniziative capaci di soddisfare gli utenti.
Per dovere di cronaca, le cose vanno subito messe in chiaro. Siamo stati e restiamo grandi tifosi del pronto soccorso dell’ospedale San Paolo e del personale operante: medici e infermieri eccezionali, dotati di grande capacità operativa. 
Non possiamo tuttavia evitare di rappresentare ai lettori il quadro che venerdì pomeriggio si è presentato agli utenti: nonostante la poca mole di lavoro, il pronto soccorso si è bloccato. Alle 16 in sala d’attesa c’erano pochissime persone, la maggior parte era lì in attesa di notizie legate ai parenti ricoverati. Notizie che non arrivavano. Due, massimo tre gli accessi dalle 16,30 alle 19, tanto che l’infermiera al triage ha potuto tranquillamente raggiungere le stanze interne e lavorare a supporto dei colleghi. 
Ambulanze ferme e registrazioni contate: il sogno di ogni medico di pronto soccorso. Bisognava quindi approfittarne, accelerare, smaltire e incrociare le dita sperando nella stessa calma per le ore successive. Così non è stato. Colpa del poco personale? Della poca esperienza degli operatori? Delle direttive sbagliate? Poco importa. Si è perso troppo tempo, adagiati sugli allori quando c’era da pedalare. Poi tutto è precipitato: gravi malattie, urgenze impreviste, arrestati da sottoporre a visita scortati dalle forze dell’ordine e i pochi pazienti arrivati alle 16, subito registrati e accettati alle 19 con notevole ritardo, costretti ad attendere ore prima di lasciare la struttura poiché la firma sulle dimissioni non arrivava. E non arrivava perché, dopo le 20, al pronto soccorso si è scatenato l’inferno. Un elicottero intervenuto per un malato grave, un uomo ubriaco arrivato in ambulanza senza l’immancabile bottiglia di vodka, un altro condotto ammanettato con il quale l’unico medico in servizio ha intavolato una trattativa per convincerlo a non fumare e a farsi visitare, una donna accompagnata da un intero reparto della Guardia di finanza. E in tutto questo, in fila sulle sedie a rotelle, i pazienti entrati alle 19 hanno atteso il responso scritto, sotto un getto gelido di aria condizionata impostata ancora in modalità estate. Chili di pizza, bevande e caffè serviti giustamente al personale di pronto soccorso impegnato a fare la notte, ma guai a cercare di porgere qualcosa da mangiare ai pazienti in attesa; severità massima. Eppure i risultati della radiologia erano noti dalle 20. Il medico smontante lo ha ammesso candidamente nel suo ultimo colloquio con i pazienti, spiegando che per motivi di stanchezza non avrebbe firmato e che lo avrebbe fatto il collega subentrante. Il quale però ha dovuto fare i conti con altre priorità. Così, a conti fatti, dopo otto ore di pronto soccorso, i pazienti dimessi senza neppure una grande attenzione sotto il profilo medico, sono stati costretti a farsi visitare privatamente, anche perché ai già esistenti problemi, si sono aggiunti febbre e raffreddore causati da un uso sconsiderato dell’aria condizionata al pronto soccorso, dove, se arriva un arrestato (e a questo punto speriamo solo in questo caso) neppure una coperta ti danno, nonostante le basse temperature interne. Insomma, un pronto soccorso da ricoverare al più presto. Speriamo solo in una struttura più adeguata.

 

(29 Set 2019 - Ore 09:48)

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