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Sacchetti bio, verso il no al riutilizzo

Una circolare del Ministero dell’Ambiente rimanda la decisione al dicastero della Salute

Una legge, quella che dal 1 gennaio ha reso obbligatori i sacchetti ‘bio’ nei reparti ortofrutta dei supermercati, «sacrosanta, finita però nel tritacarne mediatico per alcuni errori imperdonabili commessi dal governo: i tempi e il fatto di prevedere sacchetti a pagamento, senza alternative». Legambiente, attraverso il suo direttore generale Stefano Ciafani, sottolinea quali sono stati gli errori commessi. Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, intervenuto sulla questione, aveva fatto sapere: «stiamo verificando con il ministero della Salute la possibilità di consentire ai consumatori di usare sporte portate da casa in sostituzione dei sacchetti ultraleggeri». Ma, ricorda Ciafani, «la legge è dello scorso luglio, avrebbero dovuto pensarci a partire da settembre e, a ottobre, dire quali sporte riutilizzabili è possibile usare, a partire dalle retine. Così, a novembre i supermercati si sarebbero potuti organizzare con la sportina riutilizzabile, distribuirla a dicembre nei punti vendita così che, dal 1 gennaio, i cittadini potessero optare per questa soluzione». Insomma, Ambiente e Salute avrebbero dovuto emanare per tempo la circolare interpretativa in modo da dare alla Gdo la possibilità di organizzarsi per mettere in pratica il riutilizzo. La circolare invece, almeno da parte del ministero dell’Ambiente, arriva nel tardo pomeriggio del 4 gennaio ma di fatto passa la palla al ministero della Salute. «Ancorché qualunque pratica volta a ridurre l’utilizzo di nuove borse di plastica risulti indubbiamente virtuosa sotto il profilo degli impatti ambientali, si ritiene che sul punto la competenza a valutarne la legittimità e la conformità alle normative igienico-alimentari richiamate nel citato comma 3 dell’art. 226-ter spetti al Ministero della Salute», si legge nel testo. Ministero che, stando a quanto scritto nella circolare dell’Ambiente, sarebbe «orientato a consentire l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso, già in possesso della clientela, che però rispondano ai criteri previsti dalla normativa sui materiali destinati a venire a contatto con gli alimenti. Tali sacchetti dovranno risultare non utilizzati in precedenza». Posizione che escluderebbe, quindi, il riutilizzo. Ma se il costo dei sacchetti serve a disincentivarne l’uso, bisognerebbe anche prevedere un’alternativa gratuita, come è successo con i sacchetti da asporto merci. E se per il ministro Galletti «il miglior rifiuto è sempre quello che non si produce», per mettere a segno questo obiettivo bisognava prevedere il riutilizzo dei sacchetti, strumento che ha permesso all’Italia (che fino al 2011 è stato il maggior consumatore in Europa) di ridurre del 55% il consumo di quelli per asporto merci. Invece, così come è scritta la legge, senza la circolare interpretativa dei ministeri, si attua di fatto un trasferimento ‘uno a uno’ che non disincentiva il consumo. Peccato, perché invece bisognerebbe ricordare che l’Italia, dopo decenni di ritardo, si è conquistata la leadership sul contrasto al marine litter: dalla norma sui sacchetti del 2012, a quelle sui cotton-fioc e sulle microplastiche nei cosmetici fino a questa sui sacchetti leggeri e ultraleggeri.

(10 Gen 2018 - Ore 18:43)

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